Le indicazioni riguardano la lettura critica delle rappresentazioni. Non descrivono strumenti specifici e non costituiscono una guida tecnica a un programma.
1. La forma segue la domanda
Prima di scegliere una forma bisogna sapere che cosa si vuole far vedere: un livello, un confronto fra categorie, un andamento nel tempo, una distribuzione, una relazione fra due grandezze, una distribuzione territoriale. A ogni domanda corrisponde un insieme ristretto di forme adeguate, e quasi tutte le rappresentazioni fuorvianti nascono da una forma scelta per motivi estetici.
Un errore ricorrente è decidere il tipo di figura prima del calcolo. Chi ha deciso di fare una mappa cercherà un dato territoriale anche quando la domanda non era territoriale; chi ha deciso di fare una serie temporale forzerà la continuità su dati che hanno una rottura di definizione. La forma si sceglie dopo, in base al risultato.
2. Tipi di grafico e loro compiti
Le barre confrontano quantità fra categorie e vanno ordinate per valore, non per alfabeto, salvo quando l’ordine alfabetico serve alla consultazione. Le linee descrivono andamenti nel tempo e presuppongono continuità: se la serie ha interruzioni, la linea va spezzata. I punti su due assi mostrano relazioni, non cause. Gli istogrammi mostrano distribuzioni, e la scelta delle classi cambia la forma percepita.
Le forme da usare con parsimonia sono quelle che richiedono di confrontare aree o angoli: i settori circolari funzionano solo con due o tre categorie molto diverse, e le bolle esagerano le differenze perché l’occhio legge il diametro invece dell’area. Una tabella ordinata è spesso più informativa di un grafico decorativo.
3. Asse e scala
L’asse dei valori nei grafici a barre parte da zero: troncarlo moltiplica visivamente differenze minime. Nei grafici a linee il troncamento può essere legittimo per rendere leggibile una variazione piccola, ma va segnalato in modo evidente, perché modifica radicalmente la pendenza percepita.
Le scale logaritmiche sono utili per grandezze che variano di ordini di grandezza, ma vanno dichiarate: chi non le riconosce legge una crescita rapida come lineare. Anche l’intervallo temporale rappresentato è una scelta: mostrare cinque anni o venti anni della stessa serie può suggerire conclusioni opposte, entrambe fondate sui medesimi dati.
4. Ordine, raggruppamento, aggregazione
L’ordine delle categorie è un’affermazione: ordinare per valore dice che il confronto interessa, ordinare per alfabeto dice che interessa la ricerca di una voce specifica. Il raggruppamento in classi è ancora più delicato: classi di ampiezza diversa, scelte dopo aver visto i dati, possono creare o cancellare una discontinuità.
Nell’aggregazione temporale vale la stessa cautela. Dati settimanali aggregati per mese perdono i picchi; medie mobili lisciano le oscillazioni e spostano apparentemente i punti di svolta. Ogni scelta di aggregazione va dichiarata nella didascalia, insieme al motivo: se serve a rendere leggibile il grafico, va detto che questa leggibilità comporta una perdita di dettaglio.
5. Colore
Il colore ha tre usi legittimi: distinguere categorie, ordinare una grandezza, evidenziare un elemento. Usarlo per decorazione aggiunge rumore. Per le categorie servono tinte distinguibili anche in scala di grigi; per le grandezze ordinate serve una progressione continua; per l’evidenziazione basta un colore su uno sfondo neutro.
Il colore non deve essere l’unico veicolo di informazione: chi non distingue alcune tinte deve poter leggere il grafico grazie a etichette, posizione o tratteggio. Nelle scale divergenti il punto centrale è una scelta interpretativa: fissarlo su un valore diverso dalla media o dallo zero cambia quali aree appaiono critiche.
6. Mappe e denominatori
Le mappe sono le rappresentazioni più fraintese. Colorare aree con valori assoluti produce sempre lo stesso risultato: le zone più popolose appaiono più intense, perché hanno più casi. Per un confronto territoriale serve un valore rapportato a una base pertinente, e la base va scritta nella legenda.
Il secondo problema è la superficie: l’occhio legge l’area, quindi territori estesi e poco popolati dominano visivamente la figura. Anche la classificazione dei valori conta: quantili, intervalli uguali o soglie scelte a mano producono mappe molto diverse dagli stessi dati. La scelta va dichiarata insieme al numero di classi.
7. Etichette, fonti e note
Una figura pubblicabile contiene: titolo che dice che cosa si vede, unità di misura, periodo, fonte con ente e data di consultazione, nota sulle esclusioni. Senza questi elementi la figura non è verificabile e, staccata dal testo, diventa ingannevole: le immagini circolano da sole più facilmente degli articoli.
Le note vanno usate per dichiarare le scelte, non per nascondere problemi. Una nota che avverte che l’asse non parte da zero è utile; una nota che segnala l’assenza di un terzo dei dati non risolve il problema di una figura che sembra completa. In quel caso conviene rappresentare i mancanti come categoria visibile.
8. Accessibilità delle figure
Ogni figura deve avere un testo alternativo che comunichi il contenuto informativo, non l’aspetto: non «grafico a barre colorate», ma la sostanza di ciò che il grafico mostra, con i valori principali. Quando i dati sono pochi, la tabella accanto alla figura è la soluzione più utile, perché serve sia alla lettura assistita sia alla verifica.
Contano anche contrasto, dimensione dei caratteri e assenza di informazione veicolata solo dal colore. Le figure che si basano su animazioni o interazioni escludono parte del pubblico e non funzionano nella riproduzione a stampa: una versione statica leggibile va prevista sempre.
Tabella di confronto
| Domanda | Forma adeguata | Rischio |
|---|---|---|
| Confronto fra categorie | Barre ordinate per valore | Asse troncato che amplifica differenze minime |
| Andamento nel tempo | Linea con serie continua | Continuità forzata su serie con rotture |
| Distribuzione | Istogramma o riassunto per quartili | Classi scelte dopo aver visto i dati |
| Relazione fra due grandezze | Punti su due assi | Lettura causale di una semplice associazione |
| Composizione di un insieme | Barre impilate o tabella | Settori circolari con troppe categorie |
| Distribuzione territoriale | Mappa con valore rapportato a una base | Valori assoluti che replicano la popolazione |
Elenco di controllo prima di pubblicare una figura
- La forma è stata scelta dopo il calcolo, in base alla domanda.
- L’asse dei valori parte da zero, oppure il troncamento è segnalato.
- L’ordine delle categorie è motivato e coerente con il confronto proposto.
- Le classi e le aggregazioni sono dichiarate nella didascalia.
- Il colore non è l’unico veicolo di informazione.
- Le mappe usano valori rapportati a una base pertinente, indicata in legenda.
- Titolo, unità, periodo, fonte e data di consultazione sono presenti.
- Il testo alternativo comunica il contenuto e non l’aspetto della figura.
Tre domande
È sempre sbagliato troncare l’asse?
Nei grafici a barre sì, perché il confronto avviene fra lunghezze. Nelle linee può essere legittimo per rendere leggibile una variazione piccola, ma va segnalato in modo evidente nella figura, non soltanto nella nota.
Quando conviene una tabella invece di un grafico?
Quando i valori sono pochi, quando servono cifre esatte e quando la figura non aggiungerebbe una lettura d’insieme. Una tabella ordinata è più verificabile e spesso più rapida da leggere di un grafico decorativo.
Come si rappresentano i dati mancanti?
Come categoria visibile, non come assenza silenziosa. Una zona senza dati in una mappa va distinta graficamente dai valori bassi, e la didascalia deve dire quante unità mancano e perché.